LA STORIA DEL PALAZZO

Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino – questo il nome completo della nostra sede, che tuttavia da molto tempo i bresciani hanno più semplicemente identificato come “il palazzo dei Martinengo” per antonomasia – sorge in una prestigiosa e centralissima area della città, e precisamente laddove in età romana si intersecavano il foro ed il decumano massimo dell’antica Brixia. Destinata dai romani ad una funzione prima residenziale e poi civica, prima della definitiva riscoperta in età rinascimentale la zona subì un sostanziale abbandono durante il Medioevo, quando il fulcro nevralgico della vita religiosa, politica e commerciale della città si spostò tra le attuali Piazza Paolo VI e Piazza Vittoria; tuttavia, le più recenti ricerche archeologiche hanno dimostrato come la storia del sito quale sede di abitati umani sia ancor più antica delle prima ipotizzate origini romane, e risalga anzi alla prima età del Ferro (IX-V secolo a.C.). In tal senso, straordinarie testimonianze di questa stratificazione particolarmente complessa ed evidente si ammirano nel suggestivo percorso archeologico ricavato nei sotterranei del Palazzo.
L’aspetto attuale di Palazzo Martinengo risulta in massima parte dovuto ad una serie di interventi secenteschi; in particolare, il primo e più decisivo nucleo di lavori fu condotto intorno alla metà del XVII secolo dal conte Cesare IV Martinengo Cesaresco, discendente di una nobile famiglia di origine bergamasca in seguito trasferitasi a Brescia, laddove già nel Cinquecento si era stabilita nel grandioso palazzo di Via Trieste che è ora sede dell’Università Cattolica. Dopo aver acquistato dai Gambara, dagli Ugoni e da altri ancora numerose abitazioni nella zona del Novarino – quella che è oggi Piazza del Foro –, Cesare IV diede il via ad una imponente campagna costruttiva, al termine della quale l’edificio assunse un aspetto molto simile a quello che ancora oggi possiamo apprezzare: a perenne memoria del considerevole impegno finanziario del conte rimane l’iscrizione celebrativa tuttora leggibile sull’angolo nord-orientale del Palazzo (domus haec aedificata est a comite – Caesare Martinengo Cesaresco – 1663).
Alla morte di Cesare IV, il vasto edificio fu suddiviso in sedicesimi tra i tre figli Carlo I, Scilla (o Silla) ed Enrico. A Carlo I spettarono 5/16 del complesso, e precisamente l’ala più meridionale, affacciata sull’attuale Piazza del Foro; Scilla ebbe la porzione maggiore, 7/16, coincidente con l’ala più occidentale del Palazzo (ma molta parte di essa era occupata dal giardino); ad Enrico, infine, toccarono i restanti 4/16, situati nell’area d’angolo tra la Piazza e Via Musei. In seguito, nel corso dei secoli, le tre ali del Palazzo passarono attraverso varie mani, anche perché due dei tre rami della famiglia si sono estinti tra Ottocento e Novecento; nel 19??, infine, l’intero complesso fu acquistato dalla Provincia di Brescia, che ne destinò le strutture ad ospitare uffici ed eventi espositivi e culturali.

Le strutture del Palazzo
In virtù della sua posizione, all’incrocio tra due spazi altrettanto significativi per il contesto urbanistico della città, il Palazzo possiede di fatto due facciate dall’importanza pressoché equivalente, ciascuna delle quali è servita da due monumentali portali.
La facciata verso la piazza presenta linee cinquecentesche, probabilmente perché Cesare IV volle mantenere una certa omogeneità con quelle parti interne – fatte realizzare in precedenza dai Gambara e dagli Ugoni – che egli riutilizzò in buona parte: molto solida, essa è segnata da larghi spazi lisci in cui trovano ospitalità finestre incorniciate da stipiti ed un ampio cornicione a modiglioni piuttosto fitti. Notevoli, in particolare, sono i due portali, arricchiti da un pregevole effetto coloristico-chiaroscurale ottenuto alternando bugne e rettangoli piani: del tutto identici nella struttura, i due accessi si differenziano unicamente per gli stemmi posti sulla chiave di volta – quello settentrionale porta lo stemma originario dei Martinengo (un’aquila rossa al centro di uno scudo dorato), quello meridionale lo stemma dei Martinengo Cesaresco (simile al primo ma “inquartato”, ovvero suddiviso in quattro parti uguali portanti ciascuna lo stemma originario).
Dal portale meridionale si accede ad un bel cortile interno, impreziosito da tre loggiati a colonne ioniche. Il solo rimasto aperto è quello meridionale (1697), fatto costruire da Carlo I Martinengo ad imitazione del preesistente portico settentrionale: impreziosito da affreschi (che ora sono però piuttosto deteriorati), regge una galleria che Carlo I adibì a propria biblioteca personale. Gli altri due porticati sono invece stati chiusi con vetrate e pannelli, e sono entrati a far parte del percorso espositivo: mentre quello occidentale – malamente ridipinto nel Novecento – è piuttosto breve e non particolarmente significativo, quello settentrionale è invece tra gli ambienti più raffinati del Palazzo: costruito dai Gambara, precedenti proprietari di questa sezione del Palazzo, è articolato in sette campate piuttosto strette, di ascendenza codussiana; molto vivaci, inoltre, sono gli affreschi delle volte, in cui scene mitologiche si alternano a fregi caratterizzati da putti che sostengono il gambero rosso (simbolo dei Gambara).
All’estremità orientale di questa loggia, infine, si apre lo scalone secentesco – decorato con validi affreschi –, che conduce ai sette locali del piano superiore. Tra i cinque ambienti meridionali, tutti caratterizzati da interessanti soffitti a travetti, si distingue particolarmente la seconda sala, la cui decorazione neoclassica faceva da sfondo – all’inizio dell’Ottocento – agli incontri galanti di Marzia Martinengo e Ugo Foscolo. Più significativi sono però i tre locali settentrionali: accanto a due sale di dimensioni contenute (una delle quali arricchita da una pregevole decorazione settecentesca), va notato soprattutto il vastissimo salone, in cui discrete quadrature secentesche incorniciano gli affreschi di Ludovico Bracchi (la Gloria dei Martinengo della volta ed i paesaggi delle lunette).
La facciata settentrionale del Palazzo, su Via Musei, fu probabilmente costruita tra 1680 e 1690, quando Cesare IV – impedito dalle autorità nel suo progetto di ampliamento a spese del suolo pubblico – dovette arretrare verso sud il precedente limite delle proprie costruzioni. Il portale orientale, dubitativamente attribuito a Stefano e Carlo Carra, è caratterizzato soprattutto da due vistose aquile – simboli della famiglia – che sostituiscono i capitelli e svolgono una funzione portante nei confronti del soprastante balcone, segnato da una cornice marmorea in cui si inseriscono lamine ricurve in ferro. Splendido è in particolare lo sfondato prospettico che si apprezza attraverso la volta a botte che segue il portale, quest’ultimo volutamente eccentrico rispetto all’estensione muraria in modo da mostrare la bellissima fontana del cortile interno: cinquecentesca, di ascendenza sanmicheliana, è la sezione inferiore di essa, con il nicchione della vasca e la relativa statuetta di Nettuno, contornate da una elegantissima struttura con doppie lesene corinzie coloristicamente impreziosite dal leggero bugnato dello sfondo; tardosecentesca, invece, è la sovrastante statua di Cesare IV (o forse di Scilla, che ereditò tale sezione dell’edificio), che Palazzo Martinengo ha scelto come proprio logo. Un’altra fontana, piuttosto simile nell’impostazione ma priva di decorazione scultorea, si apprezza sullo sfondo del portale occidentale, dal quale un piccolo giardino digrada dolcemente verso l’ingresso del percor-so espositivo.
In una delle prime salette del percorso espositivo, infine, si trovava la Cappella privata del vescovo di Famagosta Mattia Ugoni, proprietario di questa ala del fabbricato nel Cinquecento. Personaggio di spicco delle gerarchie ecclesiastiche e della nobiltà cittadina, il vescovo fu committente privilegiato del Moretto, cui fece riccamente affrescare proprio questo ambiente intorno al 1520; sfortunatamente, però, gli affreschi eseguiti dal grande pittore bresciano – dodici Profeti nei pennacchi e Mosè e il roveto ardente nella volta – sono stati staccati e si trovano ora in deposito presso i Musei Civici di Brescia.




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