IL PLASTICO DEL COMPLESSO FORO – CAPITOLIUM – TEATRO

Mura e urbanistica della città romana

La città romana era racchiusa all’interno di una cerchia di mura dal perimetro irregolarmente pentagonale. Due dei vertici si trovavano sul colle Cidneo (l’altura su cui ora sorge il Castello); poi, scendendo dal colle verso sud-ovest, le mura arrivavano fino alla cosiddetta “porta Bruciata” (o porta Mediolanensis, perché da lì partiva la strada che conduceva a Milano), correvano lungo l’attuale via X Giornate fino alla porta Paganora per poi tagliare verso est – poco più a nord degli attuali corso Zanardelli e corso Magenta – fino alla porta Torlonga (in corso Magenta si trovava invece la porta Cremonensis, da cui partiva la strada per Cremona); da porta Torlonga, infine, il tracciato murario risaliva lungo l’attuale via Brigida Avogadro fino al più orientale dei due vertici sul Cidneo: circa alla metà di questa salita si apriva la porta di S. Andrea, sul colle la “porticula” di S. Eusebio (che è l’unico resto originale ancora visibile dell’intera cinta muraria).
All’interno del perimetro murario, la città era suddivisa in regolari isolati di forma rettangolare (insulae), creati intersecando cardi e decumani, ovvero – rispettivamente – gli assi viari nord-sud ed est-ovest; all’incrocio tra le due principali strade della città (il cardo massimo ed il decumano massimo, corrispondenti alle attuali via Agostino Gallo e via Musei) sorgeva il foro, che era il centro della vita sociale, economica e politica della città.

Il foro
Il foro si estendeva per circa 120 metri in lunghezza e 40 in larghezza, affiancato sui lati lunghi da due ali di portico colonnate in marmo cipollino e sovrastate da una sorta di lunga balaustra marmorea forse ornata di statue (una colonna, con trabeazione e pavimento parzialmente integrati e restaurati, è tuttora visibile sul lato orientale della piazza); il dislivello di circa 4,5 metri nel senso della lunghezza doveva essere superato o con una leggera inclinazione della piazza, o con alcune brevi scalinate.
La piazza era chiusa al traffico veicolare, che passava unicamente sul decumano massimo (che era sopraelevato di alcuni metri rispetto al livello delle piazza e di cui tuttora, sporgendosi dalla ringhiera in via Musei, è possibile vedere parte della pa-vimentazione di età romana). Su entrambi i lati si aprivano delle tabernae (simili alle nostre botteghe) ed in particolare, sul lato occidentale, un complesso termale di grandi dimensioni di cui sono visitabili interessanti resti nei piani inferiori di Palazzo Martinengo Cesaresco al Novarino, dove si trova anche un bel plastico ricostruttivo dell’intero complesso.

La basilica
Sul lato sud si apriva un edificio di dimensioni monumentali: lungo circa 50x20 m, con tre porte e dodici finestre per ogni lato lungo e da due a sei accessi sui lati corti, è andato quasi completamente distrutto (rimangono ormai solamente parte del pavimento del portico, in opus sectile, ed alcune paraste in conci di pietra di Botticino, addossate all’edificio della Soprintendenza Archeologica in piazzetta Labus); l’interno doveva essere ornato da pareti in marmo policromo e statue.
Sebbene in passato si sia pensato di identificare l’edificio con la Curia (ovvero la sede del Senato locale), le enormi dimensioni del complesso scoraggiano oggi questa ipotesi; con ogni probabilità, invece, doveva trattarsi della basilica, ovvero dell’edificio in cui si amministrava la giustizia, si conservavano documenti ufficiali e si operavano transazioni commerciali.

Il Capitolium
A nord del foro, scenograficamente addossato al colle Cidneo e ad un’altezza di 8 m superiore a quella del foro, si trovava il cosiddetto Capitolium, cioè il tempio che nelle città romane era dedicato alle tre principali divinità dell’Olimpo latino – Giove, Giunone e Minerva –, e che era così chiamato dal nome del luogo in cui a Roma si trovava il primo tempio ad esse dedicato (il Campidoglio, in latino Capitolium).
Ciò che si vede oggi è in buona parte una ricostruzione operata in tempi diversi. Quando il pittore Luigi Basiletti, nel 1823, iniziò la prima campagna di scavi, sporgeva dal terreno solamente il capitello dell’unica colonna ancora integra (11 m), mentre tutto il resto della struttura era ricoperto da metri di terra dilavata nel tempo dalle pendici del colle; alla fine della campagna, Basiletti ed i suoi collaboratori riportarono alla luce il pavimento del tempio (in materiali pregiati), la scalinata (3 m) e poche decine di centimetri di mura. Partendo da quel che rimaneva, l’architetto Rodolfo Vantini ricostruì le celle così come le vediamo oggi, murando peraltro nella struttura le lapidi di età romana recuperate in città ed in provincia, e trasformando così il complesso nel Museo Patrio. In seguito, tra il 1939 ed il 1943, si decise di ricostruire il pronao del tempio integrando le parti originali (in pietra di Botticino) con cemento armato in finto mattone: in quest’occasione venne anche parzialmente ricomposta l’iscrizione dedicatoria, che ricorda come la fondazione del tempio (73-74 d.C.) sia da attribuire all’imperatore Vespasiano, che ricompensò in tal modo la città di Brixia per l’aiuto prestatogli nella battaglia che nel 69 d.C. gli aveva consegnato il potere (la battaglia di Betriacum, ovvero l’odierna Calvatone, nei pressi di Cremona).

Il tempio repubblicano
A propria volta, però, il Capitolium insiste su un precedente tempio di età repubblicana, di cui tuttavia al momento è visibile ben poco. Si trattava di un complesso cultuale costituito da quattro aule rettangolari (poste su un podio comune, ma ciascuna con ingresso indipendente preceduto da un pronao), con valida decorazione architettonica esterna in calcare vicentino e soprattutto ricchissima e spettacolare decorazione interna, molto ben conservata: oltre ai bei pavimenti, si segnala specialmente la decorazione pittorica dell’aula più occidentale, con semicolonne in stucco addossate alle pareti ed ottimi dipinti murali a finto marmo e finto velario, ottimamente difesi dal pericoloso deterioramento dallo strato di cera d’api ed olio d’oliva steso su di essi a decorazione ultimata.

Il teatro
Ad est del tempio, infine, lungo vicolo del Fontanone, completa l’area archeologica ciò che resta del teatro, oggi molto compromesso a causa degli edifici sovrappostisi nel corso dei secolo. Addossato anch’esso al Cidneo e leggermente fuori asse rispetto al decumano massimo proprio per assecondare la naturale conformazione del territorio, doveva poter contenere circa 15, forse 20 mila posti (terzo nell’Italia settentrionale dopo Verona e Pola); la scena, probabilmente a tre ordini, era alta circa trenta metri ed era sicuramente abbellita da colonne e decorazioni di vario tipo in molte qualità di marmo colorato. Costruito nelle sue strutture più antiche già in età augustea (27 a.C. – 14 d.C.) ed in seguito ampliato ed arricchito di decorazioni tra II e III secolo d.C., fu utilizzato per la rappresentazione di spettacoli fino all’età tardoantica; la scena venne distrutta da un terremoto collocabile tra XI e XII secolo, ma anche in seguito è testimoniato un suo utilizzo come sede delle assemblee comunali. Quando le sue strutture vennero infine interrate dal dilavamento della terra del colle, sull’area in cui esse insistevano – di proprietà della famiglia Maggi – venne edificato (XIV secolo) e poi ampliato fino alle forme definitive (XVI secolo) l’attuale palazzo Maggi Gambara, per il quale vennero utilizzati numerosi elementi di recupero.



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