LE CITTÁ NELLA CITTÁ

Nel 1989, in occasione di un restauro dell’edificio resosi necessario per adibirlo alle attuali funzioni amministrative e culturali, nei sotterranei del Palazzo ebbe inizio una vasta campagna di scavi archeologici, concentrata particolarmente nell’area in cui i conti Martinengo avevano ricavato le proprie cantine. Durante la fase di scavo, durata circa otto anni, agli archeologi si presentò una sorprendente stratificazione di testimonianze: oltre ai prevedibili resti romani – la cui presenza non stupiva affatto, dal momento che l’area ora occupata dal Palazzo era affacciata su aree nevralgiche per la vita dell’antica Brixia –, furono infatti rinvenute testimonianze di età medievale e persino tracce abbastanza nitide di semplicissimi abitati di età preistorica e protostorica.
Si trattava, insomma, di un tuffo nel passato di circa tremila anni, possibile solo in pochissimi altri luoghi del territorio cittadino, e peraltro non sempre con la chiarezza che invece contraddistingue questi evidenti resti: così, nel 1998 si decise di aprire all’interno del restaurato Palazzo anche un percorso archeologico, che venne intitolato Le città nella città proprio a significare la possibilità di recuperare in un solo luogo millenni di storia urbana di Brescia.
Alle sale 1 e 2 si accede dall’entrata di Piazza del Foro, 6; alle sale 3-5 si accede dall’entrata di via Musei, 30.

Sale 1 e 2: il settore sul Decumano Massimo
In questa area la stratificazione va da resti della prima età del Ferro (IX-V secolo a.C.) fino a testimonianze di edifici romani di età flavia (69-96 d.C.), ma forse rimasti in uso fino al III-IV secolo d.C.
Per ciò che riguarda i resti preistorici, è possibile vedere il battuto di ciottoli che costituiva il pavimento di una capanna, che, essendo stata costruita in materiali molto deperibili, è andata quasi del tutto distrutta: unici resti ancora visibili sono alcuni pezzetti di argilla pressata, che veniva fatta aderire alle pareti – realizzate con canne e rametti – in modo da impermeabilizzare l’ambiente e renderlo più caldo ed accogliente. Oltre a ciò che rimane della capanna, nelle vetrine è possibile ammirare oggetti d’uso di vario tipo di produzione locale – tra le altre cose, pesi per telai, un amuleto in pietra verde, un’urna cineraria, persino un colino –, nonché interessanti resti ceramici perlopiù di importazione, provenienti dalla cosiddetta “Etruria padana”.
Relativamente all’età romana, rimangono testimonianze di due differenti fasi costruttive. Per ciò che riguarda l’età augustea (31 a.C.-14 d.C.), rimangono pochi ma vistosi resti di un signorile edificio residenziale nel pieno centro della città: si vedono tuttora i resti di due possenti mura portanti perpendicolari tra loro e le pareti di un piccolo ambiente di disimpegno, affrescate in semplice bianco e nero ed in maniera molto discreta e delicata, secondo un gusto tipico dell’epoca.
Molto più interessanti sono i resti di età flavia, relativi ad un complesso termale pubblico cui si accedeva dal Foro, ma che si estendeva su una superficie talmente vasta che ora i suoi resti attraversano sotterraneamente tutto Palazzo Martinengo. Di tale struttura, con ogni probabilità ancora attiva in età tardoantica, quando un incendio sembra averla irrimediabilmente danneggiata, rimane parte di una vasca monumentale: il pavimento è coperto da uno strato di cocciopesto (tritume di terracotta mista a malta), molto utilizzato in ambienti termali in virtù del suo alto potere isolante, mentre le pareti – ora spoglie – dovevano certamente essere ricoperte di strati di marmi di diversi colori e di differente provenienza (sono ora visibili in una delle vetrine). Rimane, infine, un rocchio di colonna scanalata: sebbene non si abbiano certezze, è probabile che la struttura di cui era parte si ergesse su quella sorta di basamento che tuttora è visibile a ridosso delle due sale (ma è anche possibile che esso, anziché una colonna, alloggiasse una statua).

Sale 3-5: il settore sul Foro
Le sale 3, 4 e 5 del percorso archeologico insistono su un’area adiacente all’antico Foro, e presentano una stratificazione – dalla preistoria al basso Medioevo – che è ancor più complessa di quella delle prime due sale.
La sala 3, per quanto molto piccola e non facilmente praticabile, è di grandissimo interesse. Oltre al poco significativo basamento di una torre bassomedievale (in cui è però stato murato un pezzo di recupero di età romana), si possono ammirare molto chiaramente un mosaico pavimentale di età augustea (31 a.C.-14 d.C) e parte del complesso termale di età flavia (69-96 d.C.) che si incontra anche nelle sale 1 e 2, affacciate sul Decumano Massimo. Il mosaico, che ornava in maniera molto delicata – secondo il gusto tipico dell’epoca – una delle sale di una ricca dimora signorile, presenta un fondo di tessere bianche riquadrate da una semplicissima cornice di tessere nere, al cui interno è possibile cogliere parte dell’èmblema (il riquadro centrale), costituito da una greca geometrica che racchiudeva quadretti con animali e motivi vegetali. Ancor più interessante è ciò che resta dell’ambiente termale, costruito al di sopra delle strutture di età augustea: separati da un muretto, si notano a destra il praefurnium (ovvero l’ambiente in cui si produceva calore), a sinistra l’ambiente (detto ipocausto) che dal praefurnium stesso veniva riscaldato. L’aria calda prodotta a destra del muretto passava dall’altra parte – ma sotto il pavimento dell’ipocausto – mediante un’arcatella ora murata ma ancora visibile, dopodiché attraversava i tubuli (i mattoni cavi di cui si vedono resti sul muretto) giungendo finalmente a livello dell’ambiente da riscaldare. Rispetto al pavimento mosaicato di età augustea, infatti, il pavimento dell’ipocausto era sopraelevato di qualche decina di centimetri: in sostanza, si reggeva sul piano del mosaico grazie alle suspensurae o pilae, cioè dei cilindretti in cotto e malta i cui appoggi circolari ancora si vedono nel pavimento a mosaico (una di queste strutture è visibile in una vetrina a ridosso della sala 5).
La sala 4 è meno vistosa ma non meno complessa ed interessante. Accanto a mura di età augustea (dunque appartenenti alla casa di cui faceva parte il mosaico), si vedono altri resti dell’impianto termale, e precisamente i resti del calidarium, ovvero l’ambiente destinato ad ospitare i bagni caldi (si sono conservate anche le scalette di accesso ad esso, sotto la moderna piattaforma metallica). Sempre facente parte del complesso era la cabaletta di scolo in cui sono stati trovati resti degli affreschi parietali, caratterizzati da motivi detti “a tappeto” e da raffigurazioni di animali marini (anch’essi si osservano nella vetrina adiacente alla sala 5). Di età tardoantica, invece, sono la muratura angolare sotto la piattaforma ed il profondo pozzetto di scolo.
Prima di arrivare alla sala 5, si ammirano resti di colonne romane reimpiegate, uno schema della stratificazione dl sito archeologico e le vetrine con oggetti d’uso di varia epoca, dall’età romana fino al basso Medioevo.
Infine, la sala 5. Oltre a murature di età augustea e flavia, si ammira il pavimento in cocciopesto (un tempo ricoperto in marmo) dell’atrio del complesso termale (sulla parete di fondo, a questo livello, si vede uno zoccolo marmoreo che costituiva la demarcazione tra terme e Foro). Nella profonda fossa centrale, invece, vi sono resti di una capanna della prima età del Ferro (IX-V secolo a.C.): in particolare, si notano un focolare ed i fori per l’alloggiamento nel terreno dei pali in legno che costituivano l’ossatura di tale struttura). Infine, sulla parete destra e su quella di fondo si trovano le mura di un’abitazione di età medievale, in buona parte composte da materiale di reimpiego: tra le testimonianze più significative, il pezzo di marmo con i rosoni del soffitto cassettonato del portico del Foro.



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